Archeologia
La Sardegna Sud-Occidentale pur costituendo solo una parte limitata dell'intera isola, offre dal punto di vista archeologico un quadro pressochè esauriente delle vicende culturali sviluppatesi nel tempo, essendovi presenti monumenti significativi riferibili a tutte le epoche, dalla più remota preistoria ai periodi recenti.
La presenza dell'uomo nel Neolitico antico è testimoniata da ripari sotto roccia che hanno restituito microliti geometrici in ossidiana (strumenti di minuscole dimensioni) e ceramiche decorate con le impressioni di valve di cardium, mollusco che costitutiva la base dell'alimentazione. Questi elementi del Neolitico sardo, che si collegano alle manifestazioni del neolitico a ceramica impressa del Mediterraneo, sono presenti nel territorio di Su Carropu-Sirri, presso Carbonia.
Nel Neolitico recente (III millennio a. C.) furono eretti i menhir di Su Para e Sa Mongia, nell'istmo di Sant'Antioco e l'allineamento di Villaperuccio, col monolite di Terrazzu, alto oltre 5 metri. Erano le testimonianze del culto della fertilità che caratterizzava la religione prenuragica e che trovano riscontri oltre che nella stessa Sardegna (a Goni) in tutta Europa, particolarmente in Inghilterra (Stonehenge), in Francia (allineamenti della Bretagna, ecc.), in Corsica (Startenese).
Coeve sono le Domus de Janas, grotticelle artificiali scavate a scopo funerario e riproducenti molto spesso le abitazioni dei vivi con dettagli architettonici sorprendenti. E' il caso della Domu di Monte Crobu-Carbonia. Ma altre ne sono presenti nel territorio: a Pani Loriga – Santadi, a Montessu – Villaperuccio. In quest'ultima località si può visitare la più estesa e numerosa necropoli a Domus de janas di tutta la Sardegna. Oltre che per la quantità, le tombe di Montessu spiccano per la varietà delle loro architetture, per le decorazioni, incise e scolpite con motivi spiraliformi e taurini, che le ornano. Non motivi decorativi, però, ma simboli magico-religiosi, testimonianza di un culto che voleva combattere l'ineluttabilità della morte con la magia della rigenerazione. Da questa e da altre necropoli prevengono le ceramiche riccamente decorate e dalle forme più varie (tripodi, vasi a cestello, pissidi, vasi globulari, e biconici, ciotole emisferiche e carenate ecc.) che si possono ammirare in alcune vetrine del Museo Archeologico di Cagliari e Carbonia. Chi ha esperienza di archeologia vi riconosce similitudine con materiali coevi del lontano mondo egeo-anatolico, alle cui civiltà deve qualche contributo la cultura di Ozieri che ha costruito le domus de janas.
Le testimonianze monumentali delle civiltà post-neoltiche sarde si esprimono con i nuraghi di S. Anna Arresi e Sa Domu 'e S'Orku di Domusnovas, nonché con alcune capanne, ben conservate del villagio nuragico di Serucci-Gonnesa. Il primo è un nuraghe del tipo detto “a tancato”, costituito da due torre raccordate da un cortile, in allineamento simmetrico. I nuraghe Sa Domu 'e S'Orku è ancora più complesso, polilobato, con antemurale turrito, che ne fa una struttura fortificata imponente, ma allo stesso tempo armoniosa. Il Villaggio di Serucci, scavato in passato dal Taramelli ed oggi di nuovo all'attenzione degli studiosi, offre esempi di archittetura domestica nuragica veramente significativi. Della religiosità delle popolazioni nuragiche è espressione il Tempio a Pozzo di Tattino-Nuxis, a scavo prevalentemente sotterraneo, con scala che si approfondisce nel terreno fino a raggiungere la falda freatica. Intorno i resti, in verità un po' miseri, del villaggio sacro dove convenivano, dalle varie tribù del territorio, i fedeli per praticare il culto delle acque, festeggiando tra riti, danze e canti.
A completare il quadro della civiltà nuragica contribuiscono le espressioni della cultura funeraria con le Tombe di Giganti di Barrancu Mannu a Santadi e Su Niu de Su Crobu a Sant'Antioco. Il primo è un monumento ben conservato nella sua planimetria a forma di testa taurina, con l’interno ancora integro: un suggestivo paesaggio di graniti e il bosco di Pantaleo gli fanno da cornice.
La tomba di S. Antioco si conserva,invece, nella sola planimetria
ma consente di individuare lo schema taurino che riproduce la massima divinità del pantheon nuragico, sovrappostosi al culto della Dea Madre.
Attorno al X secolo A.C., i primi Fenici cominciarono a raggiungere le coste sud-occidentali della Sardegna alla ricerca di approdi occasionali che consentissero il rifornimento di viveri ed acqua alle navi in rotta verso il giacimenti minerari nella Spagna e della Gallia Meridionale (le Bocche del Rodano). Tale temporanea frequentazione, determinata forse della necessita’
di utilizzare le correnti marine ed i venti dominanti(ascensionali lungo le coste orientali, discensionali lungo quelle occidentali),
si trasformò nell’arco di un secolo con la creazione di scali
stabili e successivamente di impianti urbani caratterizzati:
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dalla zona portuale e commerciale;
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dal settore abitativo;
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dalla Necropoli;
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dal Tophet (il luogo sacro dove veniva celebrato il sacrificio cruento di fanciulli in onore di Baal, somma divinità della religione fenicia).
Di tali centri costieri rimangono apprezzabili i resti a Nora presso Pula) ed a Sulci (l'odierna Sant'Antioco). Sulci, ubicata nell'isola di Sant'Antioco, viene annoverata tra i centri fenici più antichi della Sardegna. Vi sono visitabili gli ipogei con il caratteristico dromos a corridoio di accesso e il tophet, unico esempio attualmente esistente in Sardegna, anche se con interventi di sostituzione delle urne originarie con copie di accettabile fattura. L'Antiquarium (il Museo Archelogico) riserva un tesoro per gli amanti dell'antichità.
Dai centri costieri come Sulci, attorno al IV secolo A.C., partirono le spedizioni militari di conquista dei territori interni, ricchi di pascoli o di giacimenti minerari, che crearono delle basi fortificate di controllo sule alture che dominavano strategicamente i territori circostanti. Tra queste ricordiamo Pani Lorìga, presso Santadi e Monte Sirai di Carbonia: la prima visitabile con spirito di avventura, la seconda più prodiga di manufatti e di connotazioni chiare sulle sue origini e le sue funzioni: mura possenti, acropoli protetta da una roccaforte, sistemi difensivi improntati alle tecniche della difesa in profondità. Interessante una visita al museo di Villa Sulcis a Carbonia, contenente una significativa raccolta dei reperti del territorio.
Nella seconda metà del III secolo a.C. i Romani si impadronirono di tutta l’ isola ed utilizzarono i centri esistenti sovrapponendosi materialmente e culturalmente agli antichi dominatori. Questo spiega l’ assetto urbano romanizzato di Sulci e la presenza di numerosissimi edifici civili e sacri dei nuovi venuti. Si ricordano oltre a quelli già menzionati Sa Presonedda (probabile Ninfeo), il Ponte Romano e le Catacombe a Sulci-Sant'Antioco.
Sempre di stile romano, del periodo imperiale di Caracalla, anche se sovrapposto ad un più antico luogo sacro punico, il Tempio di Antas si erge maestoso nella cornice suggestiva di una verdeggiante vallata che penetra nel cuore dei giacimenti minerari del fluminese, a ricordo di una divinità sardo-punica (Sid-Sardus-Pater) che ben testimonia il livello di simbiosi culturale determinatosi tra gli indigeni ed i dominatori punici prima e successivamente con i romani.
Dopo spoliazioni di ogni sorta, il sulcis conosce un periodo più tranquillo nell'XI sec. d.C., con il diffondersi di monasteri e di chiessete campestri attorno alle quali si riaccende il mai completamente sopito spirito dei sardi. S. Elia di Nuxis, il monastero di Pesus e le chiese di S. Leonardo e di S. Giacomo a Perdaxius, S. Ranieri di Villamassargia, S. Giacomo di Siliqua, S. Salvatore di Iglesias. Citazione a parte meritano la cattedrale di S. Antioco Martire nell'omonimo centro sulcitano e la Cattedrale di Santa Maria di Monserrato a Tratalias, vero gioiello dell'architettura romanica nel Sulcis.
Ben presto dopo la parentesi giudicale (fenomeno autonomo e caratteristico della Sardegna alto –medioevale), il territorio sulcitano entra nelle mire della repubblica di Pisa. Apprezzando le potenzialità estrattive delle montagne del SUD ovest dell’isola, Pisa si installa con punti di forza nei castelli arroccati su aspri contrafforti (gioiosa guardia – Villamassargia e Acquafredda - Siliqua noto come Castello del conte Ugolino) non disegnando un grosso insediamento come quello di Villa di Chiesa (odierna Iglesias), protetto da poderose mura delle quali rimangono ancora alcuni tratti, con il Castello di Salvaterra. Gli spagnoli, altri dominatori del territorio non si mostrarono certo più teneri dal punto di vista dello sfruttamento sistematico.
Del periodo rimangono le numerosissime torri costiere, poste su ogni promontorio di accettabile rilevanza, come avvistamento e difesa dalle incursioni piratesche. Ricordiamo oltre a quella di Nora, Chia, Malfatano, ed ancora la Torre di Porto Budello di Teulada, nel territorio sulcitano Turri di S. Antioco, la Torre di Calasetta, e quelle di Portoscuso e di Cala Domestica Buggerru.
In questo periodo fioriscono numerose le costruzioni di chiese, ex novo o riadattando edifici più antichi. Ricordiamo: S. Francesco, S. Maria delle Grazie, S. Domenico, Santa Chiara, Valverde ad Iglesias e numerose altre nella stessa cittadina mineraria e nel Sulcis. Meritevole di una visita è inoltre il fortino di epoca sabauda che sovrasta la zona archeologica di S. Antioco.
Miniere ed archeologia industriale
La Sardegna sud-orientale offre attrattive anche nel più recente campo dell’Archeologia Industriale. Oltre le tonnare, oggi ricuperate da opportuni restauri, a Portoscuso e a Porto Paglia sono le strutture per lo sfruttamento dei giacimenti minerari a conservare una significativa memoria del ruolo della Sardegna in questo settore.
Oggetto di notevole interesse per le sue risorse di minerali metalliferi fin dalla preistoria, ha visto un fiorente sfruttamento delle galene argentifere del XIII secolo, con la fondazione di Villa di Chiesa (l'attuale Iglesias); nel XV-XVI secolo, sotto la dominazione spagnola, ma in particolare dalla fine del '700 fino ad oggi. Diverse miniere testimonianza di questo intenso sfruttamento sono da tempo abbandonate e si offrono ai visitatori occasionali con le loro suggestive e caratteristiche architetture, ormai elemento integrante del paesaggio naturale. Non delude (tutt'altro) visitare i villaggi minerari di Rosas-Narcao; di Monte Onixeddu-Carbonia; Nebida, Seddas Moddizzis, Monteponi, Malacalzetta, Sa Macchina Beccia di Iglesias; Arenas-Flumini Maggiore. Si tratta di veri e propri complessi abitativi con le strutture per l’estrazione e la lavorazione primaria di minerali vari (galena argentifera, blenda, malachite, barite, pirite, fluorite), gli edifici-magazzino, gli uffici della direzione, le abitazioni degli operai, la chiesetta, lo spaccio e il dopo lavoro, l’ospedaletto. Colpisce il colore dei mattoni invecchiati, talvolta a vista, talvolta emergenti tra gli intonaci cadenti. Sono suggestive le finestre incorniciate da modanature con aspirazioni artistiche, gli archi a sesto tondo o acuto, i merli dei terrazzi, le ciminiere che svettano in lontananza.
E tutto in mezzo alla vegetazione boschiva, il cui verde è a tratti interrotto dalle vecchie discariche allo sbocco delle gallerie che corrono dentro le montagne del sulcis-iglesiente. Dopo un eventuale visita non ci si pentirà della deviazione dall'itinerario più comodo e tradizionale e si comprenderà come anche l'archeologia industriale in sardegna meriti un'attenzione turistica oltrechè storico-culturale.
(da un articolo di Archeologia Viva Anno X – N. 15 nuova serie – Genneaio 1991)
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